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Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università dell’Australia Occidentale, ha evidenziato come alcune variazioni della dieta delle persone, possano influenzare positivamente il quantitativo di Contaminanti Plastici nell’organismo.
Secondo quanto scoperto durante lo studio denominato PERTH (Plastic Exposure Reduction Transforms Health), l’adozione nella propria dieta di abitudini alimentari specifiche, aiuta a ridurre il quantitativo di microplastica, e contaminanti plastici legati ad essa, nell’organismo in pochi giorni.
Lo studio, svoltosi in tre anni, ha analizzato l’esposizione a composti chimici derivati dalla plastica in 211 adulti sani residenti a Perth. I soggetti hanno effettuato diverse analisi di campioni biologici come urine, sangue e secrezioni nasali. Oltre a ciò hanno dovuto fornire molti dati relativi al loro stile di vita.
I risultati dello studio hanno dimostrato che, sottoponendosi ad una dieta il cui obiettivo è avere il minimo contatto possibile con materiali plastici, e utilizzando prodotti per la cura personale poveri di sostanze chimiche, si riducono significativamente i livelli di ftalati e bisfenoli nell’organismo. I primi risultati positivi sono già stati registrati dopo una sola settimana dall’adozione delle nuove abitudini. Per assicurare che non ci fossero errori nello studio, la nuova dieta non ha modificato la quantità di cibo consumato. Ciò a cui si è fatto attenzione è stata l’eliminazione dell’esposizione alla plastica lungo l’intera filiera alimentare, dalla produzione nel campo, alla cucina a casa.
La situazione di partenza
Dalle analisi iniziali è emerso che il 100% dei partecipanti allo studio presentava nel proprio organismo alti livelli di sostanze chimiche derivate dalla plastica. Sei composti differenti sono stati rilevati quotidianamente, tra cui i bisfenoli, (BPA e BPS) e gli ftalati (utilizzati solitamente per rendere la plastica resistente o flessibile). In questo articolo avevamo già parlato degli effetti che le microplastiche possono avere sull’organismo. Analizzando l’ambiente e le abitudini alimentari e personali, il team di studio ha scoperto che gli alimenti altamente processati, confezionati o in scatola, sono una delle principali fonti di esposizione alle microplastiche. Si è quindi anche messo in evidenza che le microplastiche non sono ingerite accidentalmente, ma entrano nell’organismo soprattutto tramite additivi chimici che migrano dai materiali plastici al cibo.
Da questa fase iniziale della ricerca è emerso che il contatto continuo con questi composti è praticamente parte integrante della vita moderna. L’esposizione alle microplastiche è quasi inevitabile senza cambiamenti mirati nel sistema produttivo, di trasformazione e distribuzione del cibo.

L’esperimento
Sono stati selezionati 60 volontari tra i 211 iniziali, per effettuare uno studio clinico randomizzato e controllato. I partecipanti sono quindi stati divisi in cinque gruppi sperimentali su cui è stato effettuato un cambiamento mirato su dieta e/o stile di vita. A queste persone sono stati forniti cibi lungo la cui filiera non ci sono stati contatti con la plastica, o che sono stati ridotti al minimo. I partecipanti hanno anche cambiato alcune delle proprie abitudini: sostituendo gli utensili da cucina con omologhi in acciaio o legno, e i prodotti per l’igiene personale con alternative a basso contenuto chimico. Dopo una settimana, tutti i gruppi hanno mostrato riduzioni significative rispetto al gruppo di controllo (i restanti 151 partecipanti all’esperimento). I ftalati nell’organismo sono diminuiti di oltre il 44% e i bisfenoli di oltre il 50%. Un risultato che ha confermato che modifiche ambientali e alimentari, portano a cambiamenti rapidi e significativi.
Il cambiamento sul sistema alimentare è quello che ha avuto un impatto maggiore sull’assunzione di contaminanti e microplastiche. In particolare, i gruppi che consumavano alimenti selezionati, hanno mostrato riduzioni selettive di sostanze chimiche associate alla plastica nei livelli urinari, mentre i gruppi che hanno sostituito solo i prodotti per la cura personale hanno registrato un abbassamento in modo indipendente di mono-n-butil ftalato.
Il legame tra dieta e contaminanti plastici
Analizzare e monitorare l’intera catena alimentare dei soggetti parte dell’esperimento, è stato uno degli aspetti più importanti (e complicati) dello studio. I dietologi coinvolti hanno dovuto collaborare con più di cento agricoltori e produttori alimentari di vari livelli, allo scopo di modificare le modalità di manipolazione e confezionamento degli alimenti. Il tutto allo scopo di ridurre al minimo l’uso di plastica ed il suo contatto con gli alimenti, dal campo alla tavola. Le persone che hanno preso parte all’esperimento non hanno cambiato il loro tipo di dieta, continuando a consumare i cibi abituali (tra i quali pasta, carne, frutta e snack vari) nella solita quantità. Tutto ciò ha dimostrato che la riduzione dell’esposizione alla plastica non richiede diete restrittive o sacrifici sulle quantità. Il cambiamento principale è avvenuto nelle modalità di coltivazione, preparazione e conservazione del cibo.
Gli agricoltori hanno sostituito strumenti plastici con alternative di altri materiali, ad esempio cassette della frutta in legno anziché di plastica. I processatori del cibo hanno lavorato su aspetti come il confezionamento, preferendo materiali come cartone o addirittura lana, al posto dei polimeri plastici. I consumatori, hanno sostituito gli strumenti casalinghi (pentole, padelle, bollitori, tostapane, taglieri, ecc) con altri privi di plastica, riducendo così la contaminazione domestica. Un aspetto importante di cui tenere conto infatti, è che la cucina rappresenta una fonte significativa di esposizione alla plastica.
Oltre agli alimenti anche altri prodotti, soprattutto quelli per l’igiene personale, e che quindi hanno contatto diretto con la pelle e le mucose, hanno subito uno scrutinio accurato. I prodotti liquidi sono stati sostituiti con quelli solidi, dato che questi non necessitano di conservanti plastici e possono avere confezioni di cartoncino. Molti dentifrici contengono microsfere plastiche, quindi si è optato per alternative eco-bio che utilizzano particelle naturali.

Le conclusioni dello studio
Secondo i ricercatori dell’Università dell’Australia Occidentale, i risultati ottenuti da questo studio dimostrano che le scelte individuali hanno effetti rapidi sui livelli chimici corporei. Tuttavia hanno anche portato alla luce un problema sistemico nella produzione di cibo. L’industria alimentare usa in maniera massiccia la plastica, quindi le sole scelte dei consumatori, seppur attente, non possono proteggerli dall’assunzione di microplastiche.
Gli autori dello studio hanno ritenuto opportuno sottolineare che, ad oggi, non esiste ancora una soglia considerata “sicura” di microplastiche e contaminanti plastici nell’organismo umano. Detto ciò, i risultati di questo esperimento sono da considerarsi promettenti. La plastica e le sostanze chimiche legate ad essa, non sono impossibili da rimuovere dall’organismo anzi, il loro quantitativo si riduce rapidamente seguendo abitudini specifiche.
I ricercatori però, invitano anche a non leggere i risultati del loro studio come una prova diretta di beneficio clinico immediato. Il trial randomizzato è stato piccolo, è durato solo una settimana e ha misurato soprattutto biomarcatori urinari di esposizione. Non ha studiato o controllato in alcun modo la comparsa o la riduzione di malattie. La riduzione di queste sostanze però, sembra aver portato al miglioramento di alcuni biomarcatori cardiometabolici. Gli studiosi hanno ritenuto importante sottolineare che, sebbene un uso limitato di plastica nella quotidianità possa ridurre l’assorbimento di queste sostanze, l’impatto vero sulla sanità pubblica richiede interventi regolatori su scala mondiale.
L’esperimento del PERTH ci dice che non bisogna immediatamente buttare via tutta la plastica e smettere di usarla senza se e senza ma. Ciò che è importante, è capire quali sono i punti di contaminazione evitabili: cibi ultra-processati, lattine, contenitori, utensili e prodotti personali over confezionati. Lo studio ha dimostrato che intervenire su più passaggi simultaneamente ha effetti misurabil in tempi brevi, mentre agire su una sola fonte fa poca differenza.
I ricercatori e gli enti coinvolti nel progetto PERTH hanno evidenziato che ormai tutta la popolazione è esposta a miscele chimiche plastiche.
Se si vuole evitare di assumere la microplastica e le sostanze chimiche legate ad essa, è necessario prestare attenzione a come questa entra nella dieta e nella vita quotidiana. Detto ciò, sarebbe in primo luogo compito degli enti regolatori fare in modo che la filiera alimentare sia sicura da contaminazioni di questo tipo.
Fonte: https://www.nature.com/articles/s41591-026-04324-7
