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Antibiotici negli alimenti e Antibioticoresistenza

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Da anni nelle pubblicità degli alimenti si vede la dicitura “senza antibiotici”, o sentiamo parlare di antibioticoresistenza a causa dell’uso che si fa degli antibiotici negli allevamenti intensivi, ma cosa c’è di vero?

L’opinione più diffusa è che gli animali da allevamento siano imbottiti di antibiotici e che questo costituisca un pericolo per i consumatori. Per questo motivo sono diffusissimi i messaggi che affermano genericamente l’assenza di impiego degli antibiotici. In alcuni casi facendo della cosa un oggetto di vanto e autoproclamata qualità.

Per capire meglio perché nell’allevamento di bestiame possono essere usati degli antibiotici, bisogna però partire dal principio.

Il passaggio dagli allevamenti estensivi di tipo rurale a quelli intensivi industriali è coinciso con il periodo in cui c’è stato un forte sviluppo della produzione industriale di antibiotici. Questi venivano prodotti facendo “fermentare” i funghi che li producevano su un “substrato” di cereali. Al termine della fermentazione si “estraevano” gli antibiotici, ma la “biomassa” rimanente aveva ottime caratteristiche nutrizionali e conteneva ancora delle tracce di antibiotici. Gli animali alimentati con quelle biomasse crescevano meglio e condizioni di salute più buone.

Da queste osservazioni, iniziò una serie di studi che evidenziò che piccole quantità di antibiotici nei mangimi garantivano effetti zootecnici positivi, dovuti anche a migliori condizioni di salute degli animali.

Ma perché gli antibiotici miglioravano la qualità del bestiame?

Dosi “sub-terapeutiche” di antibiotici aiutano la flora intestinale favorendo lo sviluppo di quella saprofita riducendo la popolazione dei germi potenzialmente dannosi. Inoltre alcuni antibiotici possono impedire lo sviluppo di insidiose parassitosi e in particolare la coccidiosi e la istomoniasi dei tacchini.

Basandosi su queste osservazioni si passò all’uso pratico di antibiotici a piccole dosi nei mangimi. Si creò immediatamente una regolamentazione “ad hoc” con l’istituzione di “liste positive di antibiotici” il cui uso come additivi nei mangimi era consentito.

Gli animali da allevamento sono soggetti ad essere colpiti da malattie infettive batteriche che si diffondono con rapidità, proprio per la loro grande popolazione. In questi casi è necessario intervenire con appropriate terapie antibiotiche che prevedono il trattamento di tutti i capi presenti nell’allevamento coinvolto. Per fronteggiare questo problema si pensò di autorizzare alcuni antibiotici da utilizzare con modalità diverse da quelli autorizzati come “additivi”. Si crearono quindi i mangimi “medicati” che in pratica sono delle specialità medicinali adatte per l’impiego negli allevamenti.

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Per l’impiego di antibiotici come additivi e come farmaci, sono imposte delle regole per garantire l’assenza di residui pericolosi per i consumatori.

Verso la fine degli anni ’60  emerse il problema della farmacoresistenza.

Nel 1969 nel Regno Unito venne pubblicato il “Rapporto Swann” che riportava la comparsa di ceppi batterici resistenti agli antibiotici negli allevamenti che ne facevano uso. Da lì nacque la convinzione che il problema della farmacoresistenza fosse legato quasi esclusivamente alla zootecnia.

Negli anni seguenti si verificarono alcuni casi umani di malattie infettive diffuse da microrganismi farmacoresistenti e, forse a torto, la zootecnia venne ritenuta responsabile.

Le autorità sanitarie intervennero e decisero di non consentire più l’uso degli antibiotici come additivi nei mangimi. Da quel momento in poi, il solo uso tollerato era a scopo terapeutico previo diagnosi della malattia e sotto il controllo sanitario di un veterinario.

Dal divieto rimasero esclusi i prodotti contro la coccidiosi e la istomoniasi dei tacchini, antibiotici inclusi, che si possono ancora utilizzare come additivi nei mangimi destinati ai volatili.

La situazione attuale

Tutti i prodotti di origine animale, per legge non devono contenere residui di farmaci, quindi sono sempre “senza antibiotici”. Il Ministero della Salute, secondo quanto previsto dal Piano nazionale residui, effettua ogni anno decine di migliaia campionamenti negli allevamenti rappresentativi di altrettante partite di animali. Negli ultimi 20 anni la percentuale di campioni non conformi non ha mai superato lo 0,1%. In alcuni casi le positività erano risultate dalla presenza di sostanze antibiotiche naturali prodotte da batteri nel sottosuolo ed assorbite dai vegetali, con i quali erano stati alimentati gli animali.

Si può quindi affermare che le carni in vendita in Italia sono sostanzialmente “senza antibiotici”.

Ciò non significa che gli animali non abbiano mai subito dei trattamenti, ma che se ne hanno subiti è stato su ordine di un veterinario. Dopodiché hanno avuto il tempo necessario per “smaltire” i farmaci dal loro organismo. Il discorso è differente invece per alimenti come il latte e le uova. Dato che sono alimenti prodotti giornalmente, se gli animali che li producono sono trattati con antibiotici, questi si trasferiranno automaticamente al prodotto.

Per questo motivo, latte e uova di animali trattati con antibiotici sono destinati alla distruzione perché non possono essere immessi legalmente sul mercato.

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Il caso dei polli da carne da allevamento

Quasi tutti i marchi più famosi che vendono carni avicole, affermano con orgoglio che i loro animali non hanno mai subito trattamenti antibiotici di alcun tipo. Questa è una verità innegabile perché la legge li punirebbe duramente se così non fosse.

Ciò che la maggior parte delle persone non sa però, è che la vita di un pollo da allevamento dura appena 6 settimane. La maggior parte dei farmaci somministrabili a questi animali ha tempi di sospensione (il tempo necessario a smaltire il farmaco) brevi, da 7 a 10 giorni. Le malattie che generalmente colpiscono questi animali però si scoprono quasi sempre dopo le 3 settimane di vita. Calcolando età degli animali, tempi di consegna dei farmaci, di trattamento degli animali, che a volte va ripetuto dopo alcuni giorni, e di sospensione, risulta difficile se non impossibile rimanere nei tempi necessari prima che giunga la data di macellazione.

Rimandare la macellazione per ovviare al problema dei residui di farmaci nella carne, non è una soluzione attuabile. Animali che hanno una crescita così rapida, subiscono un rapido deterioramento qualitativo se non si rispettano i tempi di macellazione. La loro carne diventa fibrosa ed anche al gusto risulta di qualità inferiore.

Il mancato uso di antibiotici sembra una scelta virtuosa, ma spesso è una necessità opportunamente mascherata.

Per risolvere il problema della non trattabilità delle malattie si fa quindi un attento lavoro di prevenzione con vaccinazioni dei pulcini. Si effettuano sanificazioni continue degli addetti ai lavori, dei mezzi e degli ambienti, di modo da eliminare eventuali patogeni.

Se su un prodotto alimentare è specificato o meno che è “senza antibiotici” non fa alcuna differenza, perché per poter essere in vendita, tale prodotto sicuramente non presenta al suo interno alcun antibiotico. La legislazione europea e italiana sono molto chiare e severe a riguardo, con controlli attenti e estesi su tutto il territorio.

 

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