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I cicloni hanno sempre fatto parte della storia del Mar Mediterraneo, il cambiamento climatico però, cambierà radicalmente la loro natura e soprattutto gli effetti che avranno sulle coste che toccheranno.
I cicloni mediterranei, detti anche Medicane (Mediterranean Hurricane), a differenza di quelli tropicali, storicamente hanno sempre avuto un “cuore freddo”. Questa caratteristica faceva sì che fossero eventi meteorologici, con un’intensità moderata: venti tra i 60 e gli 80 km/h con rare punte intorno ai 110 km/h, 100/150 mm di piogge nell’arco dell’intero evento (da 24 a 48 ore), onde di circa 5 m di altezza, e un diametro che raramente superava i 300 km.
Erano più frequenti tra i mesi di ottobre e gennaio, quando un “innesco” di aria fredda proveniente dal Nord Atlantico o dal Nord Europa (una perturbazione che si stacca dal flusso principale) colpiva le acque temperate del mar Mediterraneo. Il contrasto tra l’aria fredda di origine polare e l’acqua del mare ancora tiepida della passata stagione, era ideale per la formazione di questo tipo di cicloni. Questi eventi avvenivano in media ogni 2 anni, dal 1969 ad oggi, se ne sono infatti verificati 23.
Data la natura periodica e “moderata” di questi cicloni, le città costiere sul mediterraneo si sono sviluppate con infrastrutture portuali e cittadine, non adatte a sopportare gli eventi sempre più estremi e potenti in cui questi cicloni si stanno trasformando.
Ne sono una prova evidente le devastazioni provocate in Sicilia, Calabria e Sardegna dal Ciclone Harry, avvenuto a Gennaio 2026.
Perché i cicloni mediterranei stanno cambiando?
Diversamente da altri eventi meteorologici estremi, i cicloni mediterranei diminuiranno di numero, ma aumenteranno di intensità e potenza. Questo è dovuto a condizioni atmosferiche più stabili (aumento della stabilità statica) e a una maggiore presenza di regimi anticiclonici. I cicloni che riescono a formarsi però, tendono a diventare molto più violenti, duraturi e distruttivi, a causa del maggior calore accumulato dalle acque del Mediterraneo.
Per far nascere un ciclone, un mare caldo non è sufficiente, è necessaria anche una certa instabilità. Il riscaldamento globale sta scaldando la parte alta dell’atmosfera più velocemente di quanto faccia con la superficie del Mediterraneo.
Tutto questo crea una sorta di “tappo”: l’aria calda e umida che si solleva dal mare fatica a salire in quota per la presenza di aria già molto calda sopra di sé. Questo processo, chiamato aumento della stabilità statica, inibisce la nascita del ciclone iniziale.
Tutta l’area del mar Mediterraneo sta subendo una forte “tropicalizzazione” in termini di pressione atmosferica. L’alta pressione subtropicale rappresentata dall’anticiclone africano, si sta espandendo verso nord per periodi più lunghi dell’anno. L’alta pressione schiaccia l’aria verso il basso e impedisce i moti rotatori necessari per la formazione dei cicloni mediterranei.
Le temperature record che si registrano di anno in anno, forniscono un’enorme quantità di energia sotto forma di calore e umidità, che alimenta queste tempeste, rendendole più simili agli uragani tropicali dal “cuore caldo”.
Cosa aspettarsi
Questi nuovi e più potenti cicloni mediterranei, come già detto, saranno più rari, con un calo del 30% della frequenza secondo diversi enti di ricerca come Copernicus, ECMWF, IPCC e il consorzio Med-CORDEX.
In termini di potenza si avrà il cambiamento maggiore. La quantità di pioggia aumenterà di circa il 20%, ma cadrà in poche ore, dove prima ne impiegava dalle 24 alle 48. I venti saranno più forti, intorno ai 110 km/h, con raffiche anche di 180 km/h. Il vento più veloce causerà anche onde significative più alte, le quali raggiungeranno altezze tra i 7 e i 9 metri in mare aperto.
Non si prevede che aumenteranno di dimensioni, restando su un diametro massimo di 300 km. Potrebbero anzi diventare più “compatti”, ma la loro densità energetica aumenterà. Un diametro piccolo combinato con venti più forti significa un gradiente di pressione molto più ripido, rendendo l’arrivo della tempesta rapido e difficile da prevedere con un anticipo sufficiente.
Cosa significa per le zone interessate dai cicloni mediterranei?
I cicloni più potenti metteranno duramente alla prova ambienti che non sono pronti in alcun modo ad affrontarli. Nelle città costiere onde potenti e bombe d’acqua danneggeranno i lungomare e causeranno frane e inondazioni.
I danni però saranno gravissimi anche sui litorali, naturali e non. Secondo l’ISPRA, che in Italia monitora l’erosione costiera e l’impatto degli eventi estremi sui litorali, le onde più alte generate dai nuovi Medicanes possono causare in poche ore l’erosione che normalmente avverrebbe in 10-20 anni. Questo “deficit sedimentario” è aggravato dal fatto che i fiumi portano sempre meno sabbia a causa delle dighe e della gestione antropica, rendendo le coste incapaci di “auto-ripararsi” dopo il passaggio di un ciclone. L’innalzamento del livello del mare durante i cicloni spinge l’acqua salata molto più all’interno lungo le foci dei fiumi, danneggiando l’agricoltura costiera, i cui raccolti possono essere compromessi per anni. L’equilibrio salino degli ecosistemi di acqua dolce lungo le coste può rimanere alterato per settimane o mesi.

Secondo gli studi effettuati da MedECC (Mediterranean Experts on Climate and Environmental Change) la combinazione che si crea con siccità prolungate e piogge torrenziali dovute ai cicloni riduce la capacità di ricarica delle falde acquifere. Il suolo inaridito dalla lunga siccità perde la capacità di assorbire efficacemente l’acqua. Così, quando giungono le piogge portate dai cicloni, l’acqua non filtra nel terreno e scorre velocemente verso il mare, causando erosione del suolo fertile, senza alleviare lo stress idrico.
Animali e piante sono vittime collaterali
Anche flora e fauna sono gravemente compromesse. Le specie endemiche, abituate a un certo tipo di ritmo stagionale, soffrono per i venti e le inondazioni. Il rischio è che le popolazioni animali e vegetali non riescano a riprendersi tra un evento e l’altro.
Tra le piante più colpite spicca la Posidonia, la quale è importantissima perché smorza la forza delle onde e protegge le spiagge. I cicloni di maggiore intensità strappano le praterie dal fondale marino. La costa così perde la sua difesa naturale, alimentando un circolo vizioso: meno protezione porta a più erosione, la quale lascia le coste ancora più vulnerabili al prossimo ciclone.
La perdita delle spiagge, significa la perdita di habitat per tutte le specie animali e vegetali la cui vita dipende da esse.
Cicloni mediterranei più potenti significano anche maggiori danni economici
I danni alla natura, la perdita e trasformazione di habitat sono gravissimi, ma Medicanes più potenti significano anche grandi danni economici.
Il ciclone Harry, che a Gennaio 2026 ha colpito Sardegna, Sicilia e Calabria, ha causato danni per un valore di circa 2 miliardi di Euro. Si tratta di una cifra enorme, soprattutto se si pensa che in Italia, nei 40 anni dal 1980 al 2020, i danni causati da tutti i tipi di eventi meteorologici, ammontavano a una media di 3 miliardi di Euro l’anno.
Dal punto di vista economico, i Medicanes causano anche danni indiretti. Porti commerciali e piattaforme logistiche danneggiate, non possono operare a pieno regime fino a quando non sono completamente riparati. Questo si traduce in rallentamenti commerciali o veri e propri dirottamenti di merci su altre destinazioni.
L’estremizzazione del clima e degli eventi atmosferici rappresentano dei fattori di rischio per il valore immobiliare delle coste. L’erosione accelerata delle spiagge, che scompaiono a causa dai Medicane, porta via l’intera economia del turismo locale legata ai lidi. Secondo uno studio del World Travel & Tourism Council (WTTC) l’incertezza climatica porterà ad una riduzione degli investimenti esteri nel turismo mediterraneo.
Oltre all’incertezza, vi è anche un aumento dei costi di assicurazione, se non addirittura l’impossibilità di stipulare polizze contro gli eventi estremi. Se il rischio di cicloni distruttivi diventa troppo alto, le assicurazioni potrebbero seriamente considerare di non coprire i danni alle proprietà costiere, aggiungere clausole che escludono i danni da mareggiate, o alzare i premi a livelli insostenibili. Una simile eventualità farà crollare ulteriormente il valore degli immobili vicini al mare, siano essi ad uso civile, o commerciale.
Proteggersi dai cicloni mediterranei
Il processo che sta portando i medicanes a diventare sempre più forti e distruttivi è il surriscaldamento globale. Se anche riuscissimo oggi stesso a bloccare questo processo, il clima impiegherebbe secoli a tornare ai livelli preindustriali. Ciò significa gli stati che si affacciano sul mediterraneo devono imparare a fare un’adeguata prevenzione contro questi eventi meteorologici estremi.
UN-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite il cui compito è favorire un’urbanizzazione socialmente ed ambientalmente sostenibile, sta portando avanti studi su progetti di Adattamento Basato sugli Ecosistemi (EbA).
Le città costiere devono aumentare la loro capacità di assorbimento delle acque piovane. Sostituendo cemento e asfalto, che fanno scivolare via l’acqua, con pavimentazioni drenanti, parchi alluvionali e giardini della pioggia (rain gardens), le città aumentano la loro capacità di assorbimento d’acqua dei cicloni. Questa pianificazione urbana, non solo rende le città più resistenti ai cicloni, ma anche alle ondate di calore ed ai periodi di siccità.
Naturalmente, è necessario anche ripensare e potenziare le barriere costiere. In questo senso, l’ultima frontiera sono le soluzioni “nature-based”: ricostruzione di dune sabbiose e ripiantumazione della Posidonia. Le dune funzionano come ammortizzatori naturali a riva, mentre le praterie di posidonia smorzano la forza delle onde. Il cemento di moli e dighe deve essere integrato con strutture che replicano le conformazioni naturali. In questo modo, le superfici di queste barriere diventano rifugio per specie marine, aumentando la biodiversità, la capacità di naturale depurazione delle acque, e dissipano più efficacemente l’energia delle onde.
Purtroppo, in alcuni casi estremi, l’adattamento significa accettare che in alcune zone, l’abitazione stabile non è più possibile. In questi casi estremi, si mette in atto un “arretramento pianificato” delle infrastrutture più vulnerabili e importanti verso l’interno. Lo spazio lungo la costa diventa un polmone libero di “respirare” durante le tempeste, dove non ci sono strutture e persone esposti.
Un esempio da manuale di adattamento
La città di Barcellona, in Spagna, è l’esempio perfetto di città sul Mediterrano che sta adattando la propria pianificazione urbana per diventare una città spugna.

La capitale Catalana si è dotata di enormi vasche sotterranee per raccogliere l’acqua piovana dei cicloni. In questo modo l’acqua non allaga le strade e, invece di finire in mare portando con sé inquinanti, questi serbatoi possono immagazzinarla durante la tempesta (stivando fino a 500.000 metri cubi d’acqua). Quest’acqua viene poi depurata, oppure utilizzata per la pulizia delle strade.
Le strade in asfalto stanno venendo sostituite progressivamente con pavimentazioni permeabili e aree verdi che permettono all’acqua di filtrare nel terreno. In questo modo, la pioggia, anziché andare ad intasare la rete fognaria, può penetrare nella terra.
Su alcune delle sue zone costiere, la città di Barcellona, ha ricostruito dune naturali usando sabbia e piantando gramigna marittima (Ammophila arenaria). Grazie alle proprie radici, queste piante bloccano la sabbia e creano una barriera in grado di assorbire l’energia delle onde da 7-9 metri.
La città Catalana ha iniziato questi investimenti in progetti di resilienza circa 20 anni fa, accelerando ulteriormente i lavori negli ultimi 5 anni. Con una spesa complessiva tra i 250 e i 300 milioni di Euro, Barcellona è diventata una città spugna. Il ciclone Harry di Gennaio ha colpito anche qui, sebbene con meno forza dato che era ancora in fase di potenziamento. I danni alla città sono stati molto contenuti e ammontano a circa 40 milioni di Euro. Il dato importante però è che non ci sono state vittime, e Barcellona è stata in grado di tornare operativa al 100% nel giro di 24 ore, come se non vi fosse mai stato alcun evento meteorologico estremo.
Il cambiamento climatico renderà i cicloni mediterranei sempre più potenti anche se più rari. Se non si vogliono abbandonare le coste è necessario investire in prevenzione e ristrutturare le città di conseguenza.


