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Piante e Cambiamento Climatico

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Le piante, esattamente come ogni altro essere vivente, risentono del cambiamento climatico e sono costrette ad adattarsi ad esso per non restarne vittima

Proprio come abbiamo spiegato riguardo gli animali in questo articolo, anche le piante subiscono i gravi effetti del cambiamento climatico.

Il surriscaldamento globale influisce negativamente sulla vita della piante sia attivamente, sia passivamente. Stravolgimenti climatici come picchi di calore anomali durante quelli che sono tradizionalmente i mesi freddi dell’anno provocano un’alterazione nell’orologio biologico delle piante, “ingannandole” circa l’arrivo della primavera e stimolandone il risveglio, andando a stravolgere il loro metabolismo. Fioriture anticipate in periodi sbagliati richiedono un maggiore sforzo energetico da parte della flora, inoltre le possibili gelate concomitanti alle fioriture porteranno alla morte dei fiori e delle gemme appena formate.

Durante le ondate di calore il processo fotosintetico di piante ed alberi è meno efficiente, dato che il calore eccessivo può danneggiare le proteine coinvolte nella fotosintesi. Inoltre, a temperature elevate, la respirazione delle piante aumenta, traducendosi in un consumo maggiore di zuccheri rispetto a quelli prodotti attraverso la fotosintesi. Portando possibilmente a uno squilibrio e a una riduzione della crescita vegetale.

Gli squilibri biologici nelle piante causati dal cambiamento climatico

Il cambiamento climatico sta stravolgendo profondamente la biologia delle piante, con conseguenze che si ripercuotono sull’intero ecosistema.

Le temperature instabili e precipitazioni anomale sfasano i ritmi naturali delle piante. Fioritura, fruttificazione e caduta delle foglie avvengono in periodi anomali rispetto al passato, creando disagi per gli impollinatori e per gli animali che si nutrono di frutti e semi. Questo si traduce in meno cibo per gli animali ma anche in meno possibilità di riproduzione e ripopolamento delle piante.

L’aumento delle temperature e lunghi periodi siccitosi portano le piante a rispondere alla carenza d’acqua con una minore fotosintesi, limitando la crescita e, in casi estremi, portando alla morte. Le ondate di calore prolungate indeboliscono le difese immunitarie delle piante, lasciandole più vulnerabili a parassiti e malattie. La diffusione di specie parassitarie invasive inoltre, favorita dai cambiamenti climatici, aggrava ulteriormente questo problema.

L’elevata concentrazione di CO2 in atmosfera può, alle volte, favorire la crescita delle piante ed in alcuni casi addirittura ad una proliferazione eccessiva di alcune specie rispetto ad altre. Tuttavia questo effetto può essere compromesso dalla mancanza di altri nutrienti essenziali o dalla presenza di fattori di stress. Per fare un paragone, è come se ad un essere umano venisse dato in quantità illimitata un solo tipo di cibo: non patirebbe la fame, ma gli mancherebbero alcuni nutrienti essenziali per vivere in salute.

Alcuni recenti studi, come quello dell’Università di Pisa, hanno scoperto che temperature elevate possono incrementare l’assorbimento di nanoplastiche da parte delle piante.

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Alcune piante stanno cercando di adattarsi al cambiamento climatico

Gli animali mostrano adattamenti fisici relativamente rapidi al surriscaldamento globale, la risposta delle piante è più complessa e si manifesta in modi diversi. Questa differenza è dovuta principalmente a cicli vitali più lunghi delle piante rispetto a quelli di molti animali. Questo significa che l’evoluzione e l’adattamento genetico richiedono molto più tempo nel mondo vegetale. Bisogna inoltre considerare che la struttura di piante e alberi è più statica rispetto a quella degli animali, ciò pregiudica la possibilità di cambiamenti fisici rapidi.

Le piante rispondono al cambiamento climatico principalmente attraverso modifiche fisiologiche e fenologiche, come l’alterazione dei tempi di fioritura, la modifica della fotosintesi e l’adattamento alla siccità. Questi cambiamenti possono avvenire più rapidamente rispetto alle modifiche fisiche, ma sono meno evidenti per un osservatore esterno.

Piante e alberi stanno migrando verso latitudini e altitudini più elevate in cerca di temperature più fresche. Ovviamente non si tratta dello spostamento dei singoli individui, come succede nel regno animale, ma dei loro successori. Basti pensare al Salice erbaceo (Salix herbacea) sulle Alpi Italiane: fino a 60 anni fa cresceva tra i 1.800 ed i 2.500 metri di quota, ma ora lo si trova anche a 3.000 metri d’altezza, ed in concentrazioni sempre minori alle quote più basse.

Interi ecosistemi si stanno modificando e spostando, o stanno scomparendo lasciando spazio alla desertificazione nei casi peggiori. Le foreste dell’Alaska ad esempio, un tempo dominate dalle conifere sempreverdi, stanno cambiando a favore di alberi di latifoglie decidue. Questo cambiamento è anche favorito dai vasti incendi che hanno colpito per lunghi periodi questa area negli ultimi anni.

Infine, sebbene i cambiamenti fisici nelle piante possano essere lenti e passare quasi inosservati, in alcuni esemplari si verifica un adattamento genetico. Processo grazie al quale alcune piante sviluppano più tolleranza allo stress termico e idrico attraverso cambiamenti genetici.

Efficacia dell’adattamento

Le piante hanno dimostrato una forte capacità di adattamento lungo la loro storia evolutiva, tuttavia la rapidità e l’intensità del surriscaldamento globale potrebbero rivelarsi delle sfide troppo difficili.

Come per le specie animali, non tutte le specie vegetali hanno la stessa capacità di adattamento. Alcune specie sono più resistenti al calore e sopportano meglio la siccità, mentre altre sono più vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Solitamente, le piante con cicli di vita brevi e un’elevata variabilità genetica hanno maggiori probabilità di adattarsi ad un ambiente che cambia rapidamente.

Tuttavia, anche le piante più “flessibili” hanno dei limiti oltre i quali non possono arrivare. Il cambiamento climatico che sta colpendo la terra è rapido e molte specie non avranno il tempo di adattarsi per sopravvivere, pur avendo intrapreso un processo di evoluzione.

Al problema del surriscaldamento globale, bisogna aggiungere anche la perdita di habitat, l’inquinamento e altre azioni umane che limitano ulteriormente la possibilità delle piante di adattarsi.

Secondo il rapporto “State of the World’s Trees” del 2021, circa il 30% delle specie arboree a livello globale è a rischio di estinzione. Le specie che vivono in habitat ristretti o specializzati, come le piante alpine o le piante delle zone umide, sono le più vulnerabili. Diverse stime indicano che circa il 40% delle specie vegetali terrestri è a rischio di estinzione. Questo dato include non solo alberi, ma anche arbusti, erbe, piante da fiore e altre forme di vegetazione. Anche le specie vegetali marine sono minacciate, ma non è possibile fare una stima precisa di quante e quali si estingueranno nel breve futuro.

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Conseguenze per l’umanità

Il primo è più grave pericolo legato alla riduzione della flora mondiale è sicuramente la perdita di organismi produttori di ossigeno e consumatori di CO2. Seguito immediatamente dalla minore mitigazione del calore che le piante garantiscono al pianeta. Osservando la situzaione da un punto di vista antropocentrico però, uno dei grandi problemi legati alla perdita di specie vegetali sarà la crisi alimentare globale.

Un aumento della temperatura globale di 3°C avrebbe conseguenze devastanti per l’agricoltura e la produzione di cibo. Molte colture fondamentali, come il grano, il riso e il mais, subiranno un drastico calo produttivo. Il riso, particolarmente sensibile alle alte temperature e alla siccità, potrebbe sparire completamente da molte regioni.

Anche frutta e verdura come pomodori, patate e agrumi soffrono lo stress termico e la siccità, con conseguenze negative sulla qualità e quantità dei raccolti.

Caffè e cacao sono colture molto vulnerabili ai cambiamenti climatici. Il loro areale di appartenenza sono le regioni tropicali: le più colpite dall’aumento delle temperature e da una maggiore imprevedibilità delle precipitazioni. Le aree di coltivazione di queste due specie vegetali stanno già vedendo una riduzione di estensione.

La soia, che è una coltura fondamentale per l’alimentazione umana e animale, è estremamente vulnerabile alla siccità e alle ondate di calore. Un calore superiore ai 35° C durante le fasi di fioritura può ridurre la resa della soia di più del 20%. Se questo è accompagnato a periodi di siccità si avrà perdita di produzione ancora superiore.

Le piante sono fondamentali per combattere il cambiamento climatico, dato che trasformano la CO2 in ossigeno e mitigano il clima riducendo il calore emanato dal suolo, ma anche loro faticano ad adattarsi alle sfide di questa crisi globale. Se non si interviene rapidamente, il futuro della flora mondiale – e di conseguenza dell’umanità – sarà sempre più incerto.

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